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LA CURVA

I GRUPPI ULTRA’ CHE HANNO  FATTO STORIA A COSENZA

NUCLEI SCONVOLTI

Sedici anni fa, nella curva sud di Cosenza, appariva uno striscione destinato a fare scuola nel panorama del tifo organizzato italiano. “Nuclei Sconvolti” era una specie di sottotitolo, un corollario da affiancare alla denominazione “Ultrà Cosenza”. “Ns” nasceva come sfida alla concezione classica del sostegno ai colori sociali di una squadra di calcio, attraverso l’incursione sulle gradinate degli stadi di un immaginario giovanile impregnato di ribellione. E’ difficile ricostruire la reale genesi di quella sigla. Certamente, il 9 ottobre 1983, in occasione della gara Cosenza-Salernitana, sulle palizzate della sud veniva affisso il disegno di una grossa foglia di marijuana. Oggi, negli stadi italiani, è frequente imbattersi in zelanti funzionari della digos che obbedendo ad uno dei tanti cavilli della legge Jervolino sulle tossicodipendenze – “e’ punito chi incita al consumo di sostanze stupefacenti” – impediscono l’esposizione di stendardi recanti l’icona della canapa. Paradossi di fine millennio: profumerie e birrerie sono piene di immagini della marijuana,dalla quale si ricavano essenze e bibite messe regolarmente in commercio. “pipe ai vecchi acidi bambini nuclei sconvolti clandestini”, era uno degli slogan di un’ala eretica di Lotta Continua. Quella – per capirci – che faceva capo alla figura di Mauro Rostagno, uno dei primi, nel movimento degli anni settanta, a rendersi conto che la marijuana non avrebbe mai potuto avere sui giovani il tragico impatto che hanno avuto altre sostanze,come per esempio l’eroina. Ma “Zu Ciccio”, vero fondatore degli Sconvolti cosentini, probabilmente non era consapevole di tutto ciò quando decise di rigare un enorme striscione blu con una simile frase.
Ns recupera i miti dello sballo e dell’allegria, contaminando i pilastri fossili del calcio con una ventata di brio creativo. Impegno nel sociale, tifo spettacolare,coreografie basate sulla ricerca del colore, invenzione degli stendardi, allergia per le forze dell’ordine, scontro solo con i gruppi nemici: queste le caratteristiche della mentalità degli Ns. Dal quel lontano ‘83, la frase ha contrassegnato la tifoseria cosentina, diventando un vero e proprio urlo di battaglia. Dal 1983, quando il nucleo fondatore era formato dalla Mad Band, sono avvenuti almeno due ricambi generazionali. Il primo si deve alla formazione, nel 1986, della Nuova Guardia che si è sciolta intorno al ‘90 dopo la prima ondata di diffide. NG rappresentava una profonda radicalizzazione del messaggio lanciato dai primi Sconvolti, grazie anche ad una forte contaminazione con ragazzi dei quartieri più degradati della città. E Ng significava soprattutto linguaggi nuovi, odio per il potere costituito, voglia di fare gruppo, mania di viaggiare e spazi di partecipazione aperti ai più folli. Il secondo ricambio è avvenuto dopo la metà degli anni novanta con la riunificazione della curva, che per circa tre stagioni si era spaccata in due piccoli gruppi: una parte in curva sud e l’altra in nord. Ma troppo misera e cruda è la carta per raccontare le esistenze di quanti hanno vissuto la propria giovinezza con la “pampina” di “erba” e la sigla Ns nel cervello, facendone un motivo di esistenza, una sorta di filosofia di vita. Tra le date più significative nella storia dei Nuclei: il 29 marzo ‘87 (trasferta di catanzaro) e la promozione in B nell’estate 1988. Traguardi raggiunti dalla città sportiva, ricordi di una tifoseria esplosiva ed in continua ebollizione. Oggi i Nuclei Sconvolti navigano nel mare ostile della repressione del fenomeno ultrà, attuata dal governo economico e politico del calcio. Consapevoli che le curve sono state date in pasto alla Borsa, alle PayTv e alla ventata neo nazista. Eppure chi non rinuncia a portare la sciarpa al collo con la foglia verde impressa sullo sfondo rossoblù, rimane orgoglioso di vivere ultrà per vivere…dentro e fuori gli stadi, con il cuore rivolto ad Andrea, Rossella, Massimino, Roberto, Marco, Silvio, Carmine…a tutti quelli che hanno fatto parte di questa storia, ma adesso non sono più tra i vivi. E non importa se la gente normale non è in grado di capire.
“Lo sballo continua”.

Cosenza, ottobre 1999

FEDAYN

Vi siete mai chiesti quanti gruppi e gruppuscoli hanno “attraversato” la nostra curva? Io ho perso il conto. Nella maggioranza dei casi non ricordo più neppure l’avvenuta esistenza. Un gruppo, invece, me lo ricordo eccome! Ci sono degli amici con cui “ticci sparti u suannu” che anche se non vedi quasi mai ti restano dentro in modo indelebile. Quando ho saputo che c’era in programma un intervista ai vecchi Fedayn ho subito detto: “ci vado io”. Trovo Ermanno, Sergio e Dario in un Bar di via degli Stadi. Ho davanti ragazzi ormai ultratrentenni, ma mi sembra di tornare indietro di quasi vent’anni. Stesso intercalare, stessa genuinità, stessa rabbia. Ermanno mi parla a ruota libera: “Quando nel 1982 formammo i Fedayn, avevamo una voglia matta di uscire dal ghetto di quartiere. Un ghetto in cui siamo nati e cresciuti ma che a quell’epoca cominciava a starci stretto. Venivamo coinvolti da Pariduzzo, ci piaceva molto il suo involontario carisma, il nome Fedayn ce lo affibbiò lui a sottolineare la nostra incontrollabile ribellione”. Dario è rimasto quello di una volta, sempre incazzato con il mondo intero: “Venivamo dall’esperienza dei Commandos Tigre, ma bruciammo quello striscione durante una contestazione, sai, in vita nostra la contestazione ci sta sempre”. Poi di nuovo Ermanno: “Eravamo gruppo anormale per quegli anni, ognuno di noi era il settimo, ottavo figlio di famiglie, diciamo così, numerose. Sapevamo di non essere gente ‘facile’ per il gruppo, ma con gli altri i rapporti sono stati splendidi, Boys a parte, che proprio non sopportavamo”. Entra in scena Sergiuzzo: “Scrivacci quannu amu minatu u guardialinee curu palu d’à bandierina”. Ormai i Fedayn disertano lo stadio da qualche anno. I motivi?
“Il nostro amore per i rossoblu è rimasto intatto, solo che in questo calcio-business proprio non ci riconosciamo, non vogliamo più fare parte di un mondo senza scrupoli” ribadisce Ermanno. Del gruppo attuale i Fedayn hanno un’idea ben chiara: “E’ sicuramente più organizzato di noi, ma a livello i birra n’ann’ì dà cuntu!”
Siamo alla fine, chiedendomi di ricordare due particolari amici che non ci sono più, Roberto Volpintesta e Lucio Ferrantini (due fratelli!, questi tre fautori della follia geniale mi lasciano con una promessa: “L’esperienza dei Fedayn, stai sicuroo, non è morta con la nostra diserzione allo stadio; un giorno, sappiamo noi quando, torneremo, torneremo tutti, lasciando i figli a casa, ma portando la nostra passione e la nostra rabbia. Fedayn sempre”.
Mezz’ora dopo sono stato con loro, me ne vado felice. Ho ritrovato la gente “vera” di un tempo. Penso a via Popilia, il quartiere della mia infanzia, a Cosenza Vecchia, a Santu Vitu, e li raffronto agli infighettiti del Beat o degli altri ritrovi del nulla, e mi viene in mente una frase del mio amico fragile: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

Sergio Crocco

COSENZA VECCHIA

Era la fine degli anni ottanta quando Roberto il “Leader” e il resto della banda formarono gli NS Cosenza Vecchia. Erano un gruppo assolutamente anomalo. Provenivano da un quartiere problematico, il centro storico, e quindi spesso diventavano aggressivi. Il loro nome per esteso era “Old Drunkers”. Effettivamente bevevano. E non lo facevano per esibizionismo, come invece oggi fanno certi pagliaccetti che si vedono gironzolare in curva. Avevano soprannomi originalissimi, che solo un quartire magico come il centro storico poteva sfornare: La Gatta Morta, lo Jelandro, il Re Magio, Acieddru, La Medusa, Fringuello, Mazzacana, L’idiota, U Sergente…
All’inizio dovevi stare attento a quello che dicevi in loro presenza, e comi li guardavi. Chiaramente starne alla larga. Avevano – ed hanno – un cuore grande come una casa. E quasi mai cercavano lo scontro con ultras di altre tifoserie. Nel momento critico, tuttavia, non si tiravano mai indietro. La loro grande simpatia erano le forze dell’ordine. Se gli capitava di trovarsi faccia a faccia con uno sbirro, riuscivano sempre a metterlo incrisi. Ciò che spiazzava i celerini e i carabinieri era il comportamento irrazionale dei ragazzi di Cosenza vecchia. Follia allo stato puro. Facevano cose stranissime, imprevedibili ed anche i cani da guardia, spesso, scoppiavano aridere. E poi, quando l’umorismo lasciava il posto al confronto fisico, potevi stare certo che quelli di “Cs V” picchiavano senza pensarci due volte. Sempre avanti, in prima fila. Sui treni delle trasferte, davano vita ad un vero e proprio show. Non si accanivano con vecchi, signorine e gente inerme, come purtroppo accade oggi. Erano creativi anche nel teppismo. Le frasi come “ccià pù fa”, “escia d’u branco, ca unn’è branco ppé ttia”, “cchiù tu”, “e mé ad iddru”, “Ià, c’amu già pisciatu”, “sei rimasto scioccato”, “appuntà… a puntate o ad episodi” sono entrato nel gergo comune, ma in realtà provengono dal loro repertorio. Erano il fiore all’occhiello della curva. Quando andavi in giro con loro, ti sentivi più sicuro. E se gli chiedevi di fare una colletta, avevano la capacità di raccattare milioni. Insomma, solo chi è vissuto a contatto con loro per tante ore sa cosa vuol dire “Cosenza Vecchia”. Fino alla metà degli anni novanta, quello striscione ha avuto un ruolo nel nostro gruppo. Poi, la vita ha spaccato le amicizie e allontanato le persone. Ognuno ha dovuto badare a se stesso. E quelli che il culo parato non ce l’hanno, si sono dovuti preoccupare di sopravvivere. Ricordare oggi le storie legate a quella banda di matti significa anche recuperare briciole di storia e riscoprire veramente cosa vuol dire “Vivere Ultrà per vivere”.

BRIGATE

Non un semplice fenomeno. Qualcosa di più profondo. Un testimone passato di mano in mano tra ragazzi cresciuti nell’angolo più intenso della città nuova. “Brigate” è un punto di riferimento, un messaggio che i guagliuni di via Popilia usano quando devono far sapere al mondo che loro sono ultrà del Cosenza.
Questo servizio non è una trovata pubblicitaria nei confronti di uno dei gruppi storici della curva. E’ noto, infatti, che le Brigate rossoblu non hanno mai gradito le luci della ribalta. Tuttavia era doveroso dedicare – nonostante i ripetuti “no” da parte loro – un piccolo spazio ad una delle realtà più solide della Sud. Il pensiero delle Brigate è tutto nelle brevi note che hanno consegnato a Tam Tam: “Fieri di sentirci cani sciolti, liberi da ogni contesto, orgogliosi di sbandierare il nostro ceto sociale ovunque”. E la pensano così dal lontano ’84. “Quelle – spiega Roberto, che ha cercato di ricostruire la memoria storica – erano le Brigate rossoblu del “ras” Lucio e du “barese”. Insomma, una storia che ricordano iin pochi. Il tempo cambia il volto ai luoghi. Una strada nata per collegare tanti secoli fa i centri più importanti del cuore dell’Impero si trasformò in una barriera. Nel 1984 Via Popilia era nella mente di chiunque la zona degradata di Cosenza. Palazzi nudi, circondati di sciami di bambini urlanti. Grande senso della comuntà in quelle case popolari. Lo scenario ricordava le borgate romane. Per un ragazzo abitante dell’Ultimo Lotto, culla delle Brigate, la città sembrava molto distante dal proprio spazio quotidiano di vita. Forse, l’unico luogo familiare di Cosenza, idealmente attaccato al quartiere, rimaneva lo stadio San Vito, Era umida Via Popilia. Quello striscione divenne un caminetto intorno al quale raccogliersi. E finirà sulla bocca di tutti, quando (nell’£à) dopo essere stato rubato dagli ultrà empolesi, sarà causa di sventure per i gruppi che lo esporranno. Ne sanno qualcosa a Reggio Calabria. Il primo salto generazionale avviene nell’87. “A malerba un mora mai”. Prendono le redini della situazione ragazzi di poche parole, ma trainanti. Enzino, Fabio, Pino, Luigi, Mazzolla, Armando, Marcello ricch’i topo, Bucointesta. E poi c’è Nanà. “Chi viene odiato e rispettato non è altro che un Brigate ‘87”. Massimino detto Nanà era rispettato dagli amici e odiato dagli infami. Un infama, forse uno sbirro, è responsabile della sua morte nel buio di una cella del carcere di Lecce. Nessuno lo ha mai dimenticato. Da oltre due anni, amici e familiari aspettano una magistratura asservita la verità sulla morte di Massimo. Nel ’94, durante un Cosenza-Fiorentina, in una giornata particolarmente tesa e impregnata di alcol, accade lo spiacevole episodio della lite con altri settori della curva. Lo screzio viene presto chiarito…nella camionetta della celere, dove vengono trasportati i cosentini arrestati per gli scontri del dopopartita. Della lite non si parlò più, ma qualcuno sostiene che è stata una delle cause principali della spaccatura degli ultrà cosentini in due curve. Massimo e gli altri tenevano a ribadire che le Brigate erano autonome dal resto del gruppo. Così sono rimaste. Anche quando, nel ’96, è scattata la terza generazione. Franco, Roberto, Gianni, Gianluca, Salvatore, Massimo (“Natale”) e Luca. Con il passare degli anni, Via Popilia si è avvicinata in tutti i sensi al resto della città. Il gruppo a mantenuto la postazione originaria. “Rispettiamo gli altri – spiega Roberto – eppure il nostro tentativo di apertura è fallito. Abbiamo due nemici: la sfortuna e la mentalità che porta la gente a vederci come capri espiatori”. Ma non importa. Brigate è comunque un sogno, che ha coinvolto tante persone, trascinandole fuori dal quartiere. Nella Curva Sud. In prima fila. “A casa nostra”.

VIA POPILIA GHETTO RIBELLE

Ricordare il Ghetto significa certamente rammentare un significativo pezzo della storia della nostra curva. Le nuove generazioni, quei ragazzi cioè che frequentano lo stadio solo da pochi anni, probabilmente conoscono ben poco di questa comitiva straordinariamente creativa. Peccato davvero.
Troviamo Maruzzo nel suo negozio di frutta, alle prese con la vita di tutti i giorni, fatta di piccole e grandi storie che, per forza di cose, ti costringono, col tempo, ad allontanarti dalla curva e da quelle situazioni che comunque ti rimangono scolpite dentro.
La storia del Ghetto nasce ufficialmente nel 1983 quando, complice un’intuizione di Canaletta, spunta lo striscione NS-Via Popilia. I ragazzi del gruppo erano tutti “du quartìari”, il II lotto, e frequentavano la curva già dalla fine degli anni 70.
La denominazione “Via Popilia – Ghetto Ribelle”, verrà fuori più in là, negli anni della serie B.
Confluiti da una sigla nell’altra, quelli del Ghetto erano sempre gli stessi: Maruzzo, Francesco, Angiuluzzo, Giancarlo, Massimuzzo, Paolo, Agostino e via via tutti gli altri. Tutti “chiri du quartìari” insomma.
Originali come pochi, con una predisposizione particolare per l’allegria. Anche se, quando c’era da alzare la voce o magari qualcos’altro, quelli del Ghetto non si tiravano mai indietro. Sempre in prima fila, magari con i vecchi Sconvolti o con la Nuova Guardia, “u gruppu ‘cchiù tuastu da curva con molte similitudini con il Ghetto”, come ricorda Mario.
“Per esempio quella volta a Barletta, la prima volta che ci andavamo, con loro a fine partita che si volevano scontrare ed il gruppo dei cosentini che piano piano si assottigliava, fino a quando non ti giri e vedi intorno a te, in prima fila, tutti guagliuni du Ghetto. E pensare che prima, quando qualcuno diceva “cacciamuni a cinta”, noi ridevamo ingenuamente pensando ca ni cadìanu i pantaloni!”
Una forte connotazione politica. Ghetto Ribelle – Palestina: un binomio inscindibile. Dal materiale prodotto ai richiami sulle fantine di allora. O l’enorme bandierone palestinese che per anni ha sventolato nella nostra curva e che fu fatto proprio dai ragazzi del Ghetto.
Del resto, ricorda Maruzzo, “la politica è vista da noi principalmente come mezzo per esprimere un forte senso di libertà. E questo è ciò che rappresenta quel bandierone: solidarietà diretta ad un popolo oppresso da anni”.
Spiriti ribelli, a tratti rivoluzionari, sicuramente fuori dalla comune omologazione. Dice Mario: “mi ricordo quando vennero i patavini a Cosenza ed uno disse di parlare in italiano. Le presero di brutto non perché ci chiamarono africani, che per noi era un complimento, ma perché i gradassi non ci sono mai andati a genio.
E poi la mitica lambretta carica di striscioni che ogni domenica mattina ci portava alo stadio; anche quella volta trovammo le porte chiuse e scoppiò il finimondo”.
Tante storie, vissute intensamente. Compresi gli scazzi. “Come quella volta che venne un palestinese al Gramna ed andammo solo in due, nonostante l’avessi avvertiti tutti”.
Ma certamente la caratteristica principale di questi ragazzi, è il fortissimo senso dell’amicizia. La molla che li ha fatti andare avanti, nello stadio, come nella strada. Difficilmente sarebbe stato diverso visto che si conoscono da una vita.
Lo striscione poi, fu tolto con lo scioglimento di tutti i gruppi in curva nord. Ma quella è un’altra storia. Da allora, lo striscione non è più riapparso. Quello che ci resta di loro, oltre al carico umano che, oggi come ieri, quelli del Ghetto riescono a trasmetterti, è quell’idea racchiusa in due parole, Ghetto Ribelle, che più di ogni altra danno il senso della loro storia.
Del resto si sa, un pezzo di stoffa può anche finire in un baule, ma le idee no. Quelle non muoiono mai… fino alla vittoria!

Luca Scarpelli

LA RIVISTA DEGLI ULTRA’

TAM TAM E SEGNALI DI FUMO

Una sassaiola di carta
Lettera aperta a Supertifo

Proviamo a raccontarvi la storia di “Tam Tam e Segnali di Fumo”, libera voce dei Nuclei Sconvolti. Ma a differenza di altri, che usano Supertifo per vantarsi delle loro gesta “eroiche”, preferiamo scavare nella vostra esperienza, ponendovi piccoli quesiti, che possono servire a provocare tutto l’arco dei lettori. Facciamo parte di quella schiera, che ha sempre snobbato Supertifo, ma poi si è precipitata sulle sue pagine. Tanti gruppi, duri e puri, hanno rifiutato il confronto, preferendo spedirvi materiali boomerang, in cui parlavano solo dei cazzi propri.
Questa storia, la nostra, inizia con un istinto, che tutto sommato somiglia molto a quello della procreazione: lasciare sulla Terra qualcosa di proprio, affidandogli il difficile compito della testimonianza. Due corpi si accoppiano e, talvolta, possono generare un terzo essere vivente. Un gruppo di persone di aggregano e, spesso, danno vita ad un prodotto sociale. La storia di Tam Tam è iniziata quando ancora questo foglio non esisteva: 1985, 86. Si chiamava “Urlo di Carta” o “Voce ribelle”. Le persone che ebbero l’idea di realizzare le prime “fan-zine” volevano trasmettere ansie, speranze, energie ed avevano in comune due cose: l’essere cresciuti intorno ad uno stadio di calcio e l’istinto di affidare alla carta il compito di congelare quei momenti. Le “ultrà-zine” erano il risultato di una grande intuizione: il fenomeno del tifo calcistico è il prodotto dell’incontro tra tante culture giovanili. Non si tratta di semplice fanatismo sportivo e allora, così come è accaduto nella musica rock, è possibile diffondere fogli di carta autoprodotti, dedicati a costumi, gusti, manie e tendenze che intorno a quel fenomeno si sviluppano. “Tam Tam” è un testimone, che nel corso del tempo è passato di mano in mano, grazie ad uno scambio continuo. Niente stupide paternità o primogeniture. Al contrario: una redazione nomade, intercambiabile. Quando non erano più Luca, Francesco e Paride a mettere insieme quei dieci fogli, ci hanno pensato quelli della nuova guardia e poi lo ha fatto Ciccio, oppure i rebel fans, o i Kids e così via all’infinito. Una caotica continuità. Come succede nelle sassaiole: appena uno finisce di scagliare una pietra, c’è sempre dietro un altro che si prepara a lanciarne un’altra. Di più: qualche volta “Tam Tam” ha allargato il suo raggio, provando a coinvolgere gente di altre contrade. Con i ragazzi del Genoa e dell’Ancona abbiamo realizzato fan-zine trasversali, per dimostrare a noi stessi che in fondo ci somigliamo l’uno con l’altro. Tante sono le analogie e le simpatie che ci hanno portato a comunicare con altri gruppi. Ma altrettanto enormi rimangono le differenze tra il nostro modo di intendere la curva e quello di chi va allo stadio per seminare odio, compiere gesti vigliacchi ed esibire simboli di morte. Ci riferiamo alla moda nazistoide, che ha letteralmente invaso tutto il panorama del tifo organizzato. Sotto i colpi di abili manovratori, il fenomeno ultrà si è snaturato.
Strumentalizzazioni politiche e strategie imprenditoriali ne hanno modificato la natura. La rabbia spontanea, l’aggressività sociale, la voglia di fare spettacolo e di divertirsi in gruppo…tutte queste cose sono finite in pasto all’industria del calcio
Sono nate vere e proprie aziende, che producono materiale standard per coreografie. Le società calcistiche hanno ricavato enormi guadagni dal merchandising, che oggi è arrivato addirittura ad incidere sulla loro quotazione in borsa. Magliette, gadget, icone, cappellini, sciarpe, fino ad arrivare ai nostri cori e modi di parlare…tutto è finito nelle grinfie dello spettacolo e della merce. La vostra rivista, dopo il Guerin Sportivo, ha lanciato il mercatifo e la mania della corrispondenza: un gigantesco minestrone di contatti e di scambi, ma anche una vetrina in cui venivano esposte le peggiori stronzate. Non pensate di essere stati uno strumento (forse anche inconsapevole) della mercificazione del fenomeno ultrà?
E contemporaneamente le curve sono diventate serbatoio per le organizzazioni dell’estrema destra. In alcune vostre rubriche, il ritratto del “Che” è stato equiparato alla “svastica”. Come si fa a mettere sulla medesima bilancia oggetti completamente diversi? Un simbolo di giustizia, libertà e sacrificio non può essere associato, se pur all’opposto, con un segno che nel nostro secolo ha rappresentato morte, distruzione e disumanità. Lo diciamo a viso aperto: per noi la gente che si presenta in curva con l’armanentario dei nazi ha sbagliato settore: avrebbe fatto meglio ad arruolarsi negli sbirri, perché la mentalità è identica. E a voi non sembra di aver preso un abbaglio, ostentando per anni questa grottesca “par condicio delle curve”? Non è che, per caso, avete fatto un po’ di confusione, parlando di “sinistra e destra tra gli ultrà”?
Sia chiaro: nel nostro immaginario la violenza non è estranea alla cultura delle curve. Anzi, è una sua prerogativa. Chi si ostina a voler separare il teppismo dagli ultrà, merita un solo aggettivo: ipocrita. I Nuclei Sconvolti, la nostra storia, Tam Tam, fanno parte del Problema e non della Soluzione. Se pensassimo per un solo attimo di eliminare la violenza dal mondo delle curve, non avremmo più motivo di esistere. Sarebbe come una partita a carte senza carte. Ma “ragionare” non vuol dire essere “buoni”. Intorno ad uno stadio di calcio, si può perdere la vita. Quando questo è accaduto, ci siamo sentiti anche noi coinvolti.
Spesso, Supertifo veicola messaggi minacciosi e dichiarazioni di guerra. La vostra, forse, è una scelta di realismo…Non credete di avere una percentuale minima di responsabilità (morale), quando qualcuno ci rimette la pelle?
In realtà, la violenza è nata con i gruppi. Senza gli scontri, non sarebbero mai esistiti gli ultrà. Ma certamente era diversa da quella odierna, che è una conseguenza delle politiche adottate dallo Stato. In Inghilterra, circa dieci anni fa, qualcuno ha scritto che: Militarizzazione degli stadi, barriere architettoniche, diffide e repressione hanno trasformato un rituale “simbolico” in una pratica cruenta.
A nostro avviso, i due atteggiamenti peggiori sono: l’esaltazione della violenza e, all’opposto, la sua rimozione. Non ha senso mitizzarla, ma è assurdo fingere che non ci sia.
Non pensate che sia stupido continuare a sostenere, come spesso avete fatto, che la violenza faccia parte del comportamento di una minoranza? Ma veramente credete alla teoria dei “soliti quattro imbecilli da isolare”?
Di luoghi comuni ne circolano molti ed ogni tanto esce qualche romanzetto. Per esempio, non si riesce a spezzare quell’immagine ricorrente, secondo la quale l’ultrà è una persona col pallone al posto del cervello. Anche per noi, il calcio è una malattia, ma in questo sposiamo la filosofia dei nostri amici Vecchi Guardoni della Nocerina. Ci piace soprattutto guardare, in quei 90 minuti. Poi, restiamo persone come tante altre, con le loro vite di merda. Il sipario non si chiude. E quindi ci piace scambiare spesso i ruoli. Essere ultrà nella vita e persone in curva. Quindi, tutte le nostre attitudini, follie, fobie, passioni, le portiamo con noi, sempre, e di conseguenza anche sulle pagine di Tam Tam. La nostra grande risorsa è mescolare i linguaggi del calcio e del tifo organizzato con la musica, l’attualità, il sociale, la città… che poi è la cosa che più amiamo. Ironia, ci vuole, e voglia di farsi una risata, girando le spalle al Dio Calcio. In questo, voi, forse non siete stati molto disponibili. Perdonateci la chiarezza: troppo spazio avete dato ad inutili e fantozziane classifiche, in cui ognuno vota per il proprio gruppo, e troppo poca attenzione Supertifo ha riservato alle faccende importanti. Qualche episodio? Recentemente, l’archivio sul tifo di Bologna ha lanciato alcune proposte interessanti. Non vi sembra di essere stati insensibili ed avari di spazio verso problemi come il razzismo e le diffide negli stadi?
Rivolgiamo un saluto a voi e a tutti i nostri fratelli disseminati nelle curve d’Italia. Perché per essere Cosentini, non bisogna per forza essere nati a Cosenza. Dedichiamo questa lettera al nostro amico Massimo Esposito, ultrà Cosenza-Brigate, morto un anno fa nel carcere di Lecce, in circostanze misteriose…a lui e a tutti come lui…Invisibili.

(ARTICOLI PRESI DAL SITO WWW.TAMTAMESEGNALIDIFUMO.ORG)

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